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Quaderni di Restauro

La Pontificia Biblioteca Antoniana

 

Riportiamo una parte del capitolo scritto da Padre Alberto Fanton, direttore della Pontificia Biblioteca Antoniana di Padova che ci ha proposto il codice Liber VII da restaurare e che siamo lieti di aver portato a compimento.

(il capitolo per esteso è pubblicato nel “Quaderno di Restauro” Angeliche Armonie a cura di Alberto Fanton)

Presentare una biblioteca non è mai facile, specialmente se questa ha una lunga storia: nella migliore delle ipotesi si corre il rischio di essere abbagliati dalle singolarità estetiche che la distinguono, mettendo in secondo piano l’insieme dei valori sostanziali di un’istituzione. È questo il caso della Biblioteca Antoniana che, a seguito della cessione dell’intero complesso della Basilica di Sant’Antonio di Padova alla Santa Sede con i Patti Lateranensi (1929), può fregiarsi del titolo di “pontificia”. Certamente il valore principale di questa biblioteca è dato dai documenti ivi custoditi; ma il tempo nella sua ambivalenza ha trasformato la struttura stessa in un documento, in un tassello fondamentale nella storia locale del Nord-est italiano. In sette secoli di vita e in modo assai silenzioso – come del resto è accaduto per molte altre biblioteche di uguale risma –, nelle sue mura, nelle scaffalature, nei libri, nel patrimonio immobiliare si è scritta una parte significativa dell’identità francescana, portando in feconda dialettica l’ideale evangelico, scaturito dalla luminosa testimonianza di sant’Antonio di Padova, e la cultura della dotta Padova, che nel XIII secolo eccelleva con la sua già importante Università e che nel XIV secolo poteva competere in scioltezza con Venezia e Milano. (…)

(…) Alla data odierna, è possibile quantificare in modo approssimativo il patrimonio della Biblioteca in questi termini:

– oltre 800 codici manoscritti, tra cui 500 circa di epoca medievale. Di questi 800, almeno un centinaio sono miniati. I più antichi sono del secolo IX: prezioso e assai consultato è il ms. 27 (fig. 7), che contiene un insieme di trattati sul computo del tempo, liturgico e non, con calcoli e schemi, di inestimabile valore. Ascrivibile alla stessa epoca (o di poco posteriore) un’esemplare della Regula pastoralis di Gregorio Magno (ms. 205). Di fondamentale importanza per lo studio del pensiero di Gioacchino da Fiore è il ms. 322 (fig. 8), contenente alcune sue opere, di cui è stato eseguito verso la fine degli anni Novanta edizione in facsimile.[1] Molti di questi codici sono importanti per la storia dell’insediamento francescano a Padova: in ambito liturgico, si prenda come esempio il ms. 104, ove è raccolta una delle primissime testimonianze di Ordo breviarii et missalis fratrum minorum, redatto tra il 1235 e il 1255. O ancora, il Missale Romano-Seraphicum databile tra il 1255 e il 1317, ossia il ms. 77, con ogni probabilità composto a Padova, ma sicuramente destinato a Padova, in quanto contiene non solo le festività dei santi francescani, ma anche quelle dei due santi co-patroni di Padova: santa Giustina e san Prosdocimo;

– 41 corali antichi. Si va dai corali del Trecento (26 in tutto) fino a quelli riprodotti da padre Giuseppe Cognolato dopo l’incendio del 1749 (questi sono 14 dei 41 corali posseduti). Uno solo è del XV secolo (graduale, liber X). I corali erano custoditi in Basilica fino al 1907. Da quell’anno sono stati trasferiti in Biblioteca Antoniana, che già conservava oltre ai libri numerose opere di manifattura artigianale, oreficerie, tessuti, quadri, in gran parte ora rifluiti nel Museo Antoniano;

– bolle papali antiche, tra cui quella di Gregorio IX del 1232 che canonizza Antonio di Padova. Molte sono ancora in buono stato e conservano il sigillo in piombo. È presente anche un fondo di ducali della Serenissima;

– 210 incunaboli (fig. 9), di cui alcuni di inestimabile valore, come il Rationale divinorum officiorum di Guillaume Durand, su pergamena, stampato a Magonza nel 1459 da Johann Fust e Peter Schöffer, e miniato;

– circa tremila cinquecentine e un consistente numero di edizioni del Seicento e Settecento, legate soprattutto alla storia religiosa e civile del territorio[2]

– un fondo di circa 130 testi a stampa in lingua ebraica, acquistati nel 1717 dall’allora bibliotecario padre Alessandro Burgos. I testi sono nella maggior parte del XVI secolo (oltre 80 esemplari),[3] poi alcuni incunaboli (tre esemplari, tra cui il Canon medicinae di Avicenna e l’editio princeps del Sēfer Miṣwōt gādōl, Il grande libro dei precetti di Mōšeh ben Jaʽaqōb da Coucy), i rimanenti ascrivibili agli inizi del Seicento;

– circa 80.000 volumi, frutto di acquisizioni, di donazioni, di lasciti;

– un numero abbastanza considerevole di periodici specialistici sulla devozione antoniana, sulla vita civile e religiosa del territorio, dell’Ordine francescano, in un arco temporale che va dal Settecento fino ai giorni nostri;

– oltre 800 stampe sciolte e rilegate, tutte catalogate, di notevole valore (di alcune si conservano la matrice originale in rame), che documentano il patrimonio iconografico e artistico del Complesso Antoniano e del territorio, a partire dal Seicento;

– manoscritti autografi, testi, lettere e corrispondenze di eminenti personalità. Tutto questo fondo è ancora da classificare e catalogare. Tra gli autografi, si conserva la celebre Lettera di Ghezo a Vanni (1314, fig. 11), un documento fondamentale per lo studio dei primordi della lingua italiana;

– due globi originali della cosiddetta “quinta serie”, terrestre (1700) e celeste (1703), di Vincenzo Coronelli, cosmografo della Serenissima e fondatore della prima accademia geografica (Accademia degli Argonauti).

 

[1] Scriptorium Ioachim abbatis Florensis. Opere di Gioacchino da Fiore nel codice 322 della Biblioteca Antoniana di Padova [ediz. in fac-simile], a cura del Centro internazionale di Studi Gioachimiti, Dedalo, Bari 1997.

[2] Nel corso del 2010 è stata scoperta in questo fondo un’opera sconosciuta e – per il momento – inedita di Marino Becichemo (1468-1526): è stato informato l’ufficio di competenza del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per le opportune verifiche.

[3] Cf. Giuliano Tamani, Edizioni ebraiche del secolo XVI nella Biblioteca Antoniana di Padova, “Il Santo” 28 (1988), pp. 3-35.

 

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