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Quaderni di Restauro

Nello spirito Millenario di Camaldoli

Pubblichiamo questo articolo dal numero 122 di Charta in uscita a breve nelle librerie di cui potete trovare l’elenco qui

 

La Biblioteca della Comunità monastica di Camaldoli 

di Alessandro Brezzi

“Ita ut nullus pertranseat annus in quo ad minus auri X in libris non expendantur” .

L’importanza del libro in Casentino, la prima valle dell’Arno, dove si trovano sia il castello dei conti Guidi di Poppi che il grande complesso monastico di Camaldoli, appare in tutta evidenza dal passaggio sopra citato, tratto dalla Regula vitae eremiticae, l’insieme di norme che regolava e regola l’antica comunità monastica camaldolese e che i seguaci di Romualdo insediati tra l’Eremo e il Cenobio di Fontebuona (all’interno peraltro di un territorio che, dopo l’Unità, diventerà di pertinenza del Comune di Poppi) dopo averne disposto per secoli in versione manoscritta, fecero stampare direttamente all’interno del Monastero agli albori del XVI secolo, affidandosi all’arte tipografica del bresciano Bartolomeo Zanetti e contribuendo con ciò stesso alla diffusione della prima opera “a caratteri mobili” che abbia mai visto la luce in terra di Arezzo. La portata di quella prescrizione della Regola (che imponeva di spendere ogni anno almeno dieci pezzi d’oro nell’acquisto di libri) è probabilmente stata tale da aver determinato dapprima la nascita della grande biblioteca camaldolese e, in seguito il trasferimento, sia pur forzoso, di buona parte di quel vasto complesso documentario all’interno di altri istituti della vallata, in primis la Biblioteca Comunale “Rilli-Vettori” di Poppi, e anche all’esterno. Così che non è azzardato affermare che, ancor oggi, una buona metà del patrimonio librario storico del Casentino “emana” da ambiti camaldolesi, così come è fisicamente situata all’interno di due ricostituite biblioteche (una nel Monastero e l’altra nell’Eremo di Camaldoli) una delle più grandi raccolte di libri moderni della vallata. Per cui tratteremo e parleremo qui della Comunale di Poppi, non rinunciando però a trattare e a parlare delle biblioteche camaldolesi, nella convinzione di avere a che fare con un corpus documentario per molti aspetti omogeneo, oltre che ubicato nell’ambito di una stessa ripartizione geografica e amministrativa.

La Biblioteca comunale “Rilli-Vettori” di Poppi

Nel luglio 1440, subito dopo la sconfitta presso Anghiari, a opera delle truppe fiorentine, del condottiero visconteo Niccolò Piccinino, il conte Francesco da Battifolle – che pochissimo tempo prima aveva scelto di appoggiarlo tradendo in tal modo la sua fedeltà a Firenze – venne assediato nel suo castello di Poppi e quindi costretto a cedere alla Repubblica fiorentina sia lo stesso centro signorile di Poppi sia tutti gli altri suoi domini: “… Nei tempi successivi i conti Guidi covando del rancore contro i fiorentini, ed aderendo, e dando asilo ai forusciti di Firenze, e specialmente agl’Albizzi, e loro aderenti, ed ai Visconti signori di Milano, si mossero i Fiorentini a danno dei conti Guidi, e dopo varie perdite di gente e castella, nell’anno 1440 il conte Francesco Guido da Battifolle dovè cedere a Neri Capponi commissario della Repubblica fiorentina tutte le sue castella, e possessi del Casentino, e ritirarsi, con facoltà di trasportare 34 muli carichi delle sue fortune, come costa da una copia autentica dell’atto di dedizione scritta in cartapecora, che attualmente si conserva nell’archivi della comune di Poppi…”. Così si legge in una “Statistica di tutte le Comunità componenti il circondario della Sotto Prefettura di Arezzo richiesta nell’anno 1809 dal Governo francese, e acquistata da me, Antonio Albergotti nell’anno 1816”. Le sopra citate informazioni sono, a loro volta, contenute in un manoscritto (Ms. n. 99) conservato nella Biblioteca Comunale di Arezzo e il puntiglioso numero delle cavalcature riportato (ma altre fonti parlano di quaranta muli carichi di beni), ci serve a capire la dimensione della ricchezza del conte Francesco, l’ultimo signore di Poppi, soprattutto se rapportata ad un’epoca nella quale la maggior parte degli abitanti se la cavavano, in circostanze analoghe, con un mulo o poco più. Non abbiamo purtroppo notizie di cosa fosse contenuto in quelle ingenti masserizie e se, per stare al tema, vi fossero anche dei libri, ovviamente manoscritti dato che ancora mancava un quindicennio all’invenzione della stampa. La cosa non pare probabile né, d’altra parte, abbiamo notizie dell’esistenza di un locale adibito a biblioteca all’interno della dimora guidinga. Il conte Francesco, in ogni caso, certo non poteva immaginare che quattro secoli e passa dopo quella poco gloriosa cacciata, la sua austera e imponente dimora non solo sarebbe sopravvissuta ad oltre un mezzo millennio ma che si sarebbe in buona parte riempita di libri. Una dimora storica, costruita in tre diverse fasi a partire dalla fine degli anni sessanta del XII secolo, frequentata dall’Alighieri che, esule, da qui scrisse la Canzone a Moroello Malaspina (1307) e, tra l’aprile il maggio 1311, cinque Epistole: una ad Arrigo VII, da poco incoronato Re d’Italia, una agli “scelleratissimi fiorentini” e le altre tre all’imperatrice Margherita per conto, queste ultime, della contessa Gherardesca, figlia dello sfortunato conte Ugolino. Ampliato e completato, tra duecento e primi del trecento, probabilmente ad opera di Lapo, condiscepolo con Arnolfo di Cambio, di Nicola Pisano, affrescato da Taddeo Gaddi, il principale allievo di Giotto, il castello, dopo esser divenuto residenza delle autorità fiorentine a seguito della cacciata dei Guidi, ha finito con l’assumere col tempo quella funzione monumentale che ancor oggi lo definisce, anche in virtù della sua pregnanza visiva. L’aumentata conoscenza della storia della stirpe dei Guidi e del territorio casentinese, ci permette, tra le altre cose, di sapere che i Guidi erano tutt’altro che rustici signori di montagna e che, oltre che i cavalli e la caccia, apprezzavano anche la cultura. E’ recente l’ attribuzione ad un Guido II dei conti Guidi di quello che è stato definito come il primo manuale occidentale di “lettere d’amore” e cioè una lettera inviata alla consorte Imelda (1017) che contiene indicazioni (modi dictaminum) su come, appunto, scrivere questo genere di componimenti. E’ noto uno scambio epistolare in bello stile tra un conte Roberto e Francesco Petrarca, scambio avvenuto nel luglio del 1364, così come si conosce il rapporto di amicizia tra l’ultimo signore, il conte Francesco e l’’umanista camaldolese Ambrogio Traversari Canzoni e feste gioiose dunque sono sicuramente risuonate nella corte signorile del castrum di Poppi. Ne abbiamo una conferma nei primi capitoli di quell’opera singolare che è il Paradiso degli Alberti, composta da Giovanni Gherardi da Prato nel 1425, ma ambientata nel 1389, in cui viene dato un quadro idilliaco delle corti guidinghe di Pratovecchio e di Poppi. Esponenti dell’èlite politica e culturale di Firenze soggiornano qui in allegra brigata, accolti signorilmente dai conti di Poppi con i quali, in una cornice di incontri cortesi, intrecciano riflessioni filosofiche e culturali. E, d’altro canto, è pur vero che a Firenze a metà del quattrocento, circolava il proverbio “tu stai più ad agio che’l conte in Poppi” e che la cacciata dei conti di Battifolle da Poppi fu un evento che all’epoca dovette fare sensazione: non solo il commissario fiorentino che aveva patteggiato la cessione del castello, Neri di Gino Capponi, sentì il bisogno di scrivere una breve cronaca come giustificazione, ma presto circolò a Firenze anche un testo poetico intitolato Il lamento del conte di Poppi in cui veniva compianta la gloria passata dell’illustre casato che per secoli aveva dominato nelle valli appenniniche e allo stesso tempo intrecciato la sua storia con quella della città.

 

Uno sguardo al presente

Tutto ciò però riguarda il passato. Veniamo ora al Castello di oggi. E soprattutto veniamo alla grande biblioteca che in esso è ospitata. Dopo essere stato dapprima dimora signorile e poi palazzo di governo, il tempo presente vede l’antico castrum guidingo trasformato, in buona parte, in biblioteca. La Biblioteca Comunale di Poppi è infatti ospitata, sin dal 1914, nella prestigiosa sede del castello dei Conti Guidi per quanto riguarda la sezione storica e la sezione moderna. La biblioteca nasce sulle fondamenta di una ricca raccolta privata. Il nucleo originale è infatti costituito dalle collezioni di manoscritti, incunaboli e stampati del Conte Cav. Jacopo Rilli (1745-1825), rampollo della antichissima famiglia Rilli di Poppi, di cui si hanno notizie fin dal XIV secolo. Assunto alla morte del padre (1794) il nome di Fabrizio Orsini de Rilli , a quest’epoca è già collezionista e, benché non si abbia nessuna documentazione sulla provenienza, è del tutto probabile che il grosso della sua raccolta derivi da acquisizioni avvenute durante il periodo delle soppressioni granducali toscane (1785) e, soprattutto, di quelle napoleoniche, nel primo decennio del XIX secolo. Tra le migliaia di volumi da lui raccolti, oltre ai molti, anche manoscritti, di provenienza camaldolese e oltre al celebre nucleo dei 30 manoscritti francescani, direttamente provenienti dalla Biblioteca del Sacro Convento di Assisi, spiccano quelli appartenuti a molti conventi toscani (i francescani di Lucignano e di Colle Val d’Elsa, ed altri). Nel 1825, al momento della sua morte, il Rilli dona le librerie sue e di famiglia alla Comunità di Poppi, assieme ad un piccolo patrimonio lasciato a corredo delle librerie stesse, che doveva servire a garantire l’utilizzo pubblico della biblioteca e cioè il compenso per un bibliotecario conservatore, l’apertura tre giorni alla settimana, l’incremento delle raccolte. La biblioteca, che nel frattempo assume il nome di Rilliana, si accresce progressivamente tramite lasciti privati, quali la libreria Soldani e soprattutto (ecco il legame con le librerie camaldolesi di cui si diceva all’inizio) tramite i fondi provenienti dal Monastero e dall’Eremo di Camaldoli e dal Convento dei Cappuccini di Poppi: questo grazie alla estensione al Regno d’Italia delle leggi sulle soppressioni piemontesi del 1848 e del 1855 (decreto luogotenenziale del 7 luglio 1866 n. 3036 e legge del 15 agosto 1867 n. 3848, più conosciute come Leggi Siccardi, dal nome del Guardasigilli che le emanò) che prevedevano la soppressione delle corporazioni religiose. Con queste incamerazioni il patrimonio librario della Rilliana si arricchisce notevolmente, fin quasi a 15.000 volumi; negli anni successivi, tramite altre donazioni e acquisti, la dotazione libraria arriva a sfiorare le 25.000 unità, la qual cosa determina, nel 1914, l’esigenza di trasferire la sede della Biblioteca dai vecchi ed angusti locali di Via Rilli Orsini (dove pure era stata spostata nel 1877 dalla sede originaria di palazzo Rilli) alla monumentale sede del Castello dei Conti Guidi, dove va ad occupare cinque ambienti dell’ala trecentesca e viene collocata in ampie librerie di abete, tuttora esistenti. Nel 1980 infine, ed è storia recente, viene deciso di aprire una sezione moderna, o di pubblica lettura, per venire incontro alla crescente richiesta di un settore moderno di opere di consultazione e di un regolare servizio di prestito. Tale sezione è rapidamente cresciuta e nel giro di trenta anni è arrivata a dotarsi di quasi 60.000 volumi, grazie anche e numerose donazioni, la più consistente delle quali, cioè la collezione dello scrittore Vittorio Vettori, ha determinato la nuova denominazione della biblioteca, che infatti ora è identificata col nome: Biblioteca Comunale Rilli-Vettori. Nel complesso quindi la Comunale di Poppi, divisa com’è in due settori specializzati (uno storico e uno moderno di consultazione), è ricca a tutt’oggi di oltre 80.000 volumi. L’assetto di base delle collezioni storiche della Biblioteca si deve all’opera di Giulio Coggiola, bibliotecario della Nazionale Centrale di Firenze. Distaccato a Poppi dal Ministero, il Coggiola tra il 1911 e il 1914, riorganizza i fondi collocandoli in cinque sale del Castello di Poppi (che proprio in quegli anni giungeva al traguardo di un più che ventennale restauro), lasciando separate le raccolte camaldolesi da quelle rilliane. Allestisce poi una sezione di consultazione toscana e riunisce in una unica sala manoscritti ed incunaboli, comprensivi questi ultimi delle edizioni del XVI secolo fino al 1520. Fondamentalmente così sono ancor oggi organizzate le raccolte storiche, salvo alcune modifiche secondarie. I fondi moderni, invece, occupano altre cinque sale dell’ala sud-est del Castello e due grandi ambienti adibiti a “pozzi” librari.

 

Il patrimonio codicografico e bibliografico

Sulla base di un generalissimo criterio classificatorio, il patrimonio librario della Comunale di Poppi risulta praticamente diviso nelle seguenti nove sezioni (di cui le prime otto attengono alla Sezione Storica e la nona alla Moderna):

Manoscritti: 868 in tutto, dei quali 412 descritti in vari cataloghi a stampa ed i restanti in via di catalogazione. Dell’ intera raccolta, circa un centinaio appartengono al periodo medievale e rinascimentale, dal XII al XV secolo e numerosi sono arricchiti da preziose miniature, filigrane, capilettera ornati, di varie epoche e scuole. Il resto della raccolta è costituito da materiale minore di storia locale, senz’altro meno valido artisticamente e tuttavia molto importante per lo studio delle vicende della vallata. Tra le numerose curiosità e rarità del fondo, basti qui citare la presenza di quel gruppo già citato di importanti codici medioevali e rinascimentali provenienti dal nucleo originario e più antico della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi che il Rilli, muovendosi dalla sua abitazione di Montefalco, si procurò tra 1810 e 1811.

Incunaboli: 519 edizioni, per un totale di 624 esemplari. Come si vede dalla dimensione quantitativa la raccolta degli incunaboli, cioè delle edizioni a stampa del secolo XV, costituisce senz’altro il pregio maggiore della Biblioteca e le conferisce anzi, in via assoluta, un grande rilievo. E alla già significativa quantità fa riscontro l’ottima qualità degli esemplari posseduti, molti dei quali usciti da celebri officine, italiane e straniere e quindi di grande pregio, sia per l’ importanza dell’opera che per la rarità dell’edizione. Altro elemento di grande originalità del fondo è datoalla sostanziale omogeneità delle legature, derivante dal provenire massicciamente da ambienti camaldolesi: “le perifericità della Biblioteca ha fortunatamente permesso di conservare in modo mirabilmente intatto, la struttura dei volumi e le legature originali … caratterizzate solo dal generale intervento di rifacimento dei dorsi condotto durante il riordinamento effettuato da Adelelmo Sestini senza subire, a parte alcuni casi, invasivi restauri nel ‘900”. Dopo aver avuto una prima descrizione in un catalogo manoscritto curato da Raffaello Uccelli (1925) ed un catalogo a stampa compilato da A. Davoli oggi, finalmente, il fondo incunabolistico di Poppi può vantare un autorevole e definitivo catalogo short title redatto da Piero Scapecchi. La raccolta, infine, offre validi spunti, oltre che per lo studio dell’editoria del ‘400, anche per lo studio della cultura libraria camaldolese, con particolare riferimento al ruolo giocato, in questo ambito, dagli umanisti dell’ordine, come Tommaso Giustiniani, Vincenzo Quirini, Pietro da Portico, Paolo Orlandini, Francesco Giuntini, facendo intravedere una intensa rete di rapporti intrecciata tra Venezia, Firenze e Camaldoli in un’epoca ricca di cambiamenti politici ed anche interni alla congregazione fondata da Romualdo. Praticamente tutti gli incunaboli e le edizioni dei primi anni del XVI secolo di provenienza camaldolese, conservano la legatura originale coeva alla produzione del volume, eseguita a Firenze o a Venezia. Recentemente l’intero corpus delle legature del fondo è stato studiato e censito dal Dr. Anthony R.A. Hobson ed è imminente la pubblicazione degli esiti della ricerca. Altra particolarità del fondo è la presenza, in molti incunaboli e post incunaboli, di carte di guardia costituite da fogli pergamenacei manoscritti e decorati provenienti da codici dispersi.

Raccolta di Bibbie: circa 150 ( XV – XVIII secolo).

Raccolte di Pergamene: 41 pezzi, dei quali 20 pergamene vere e proprie e 21 diplomi ( XIII – XVII secolo).

Miscellanee e riviste: le Miscellanee sono costituite da 861 volumi, ognuno contenente a sua volta decine di opuscoli e brevi pubblicazioni, per un totale di 7846 titoli, dal secolo XVI al XIX, su argomenti svariatissimi: poesia, teatro, tragedia, storia, agricoltura, erudizione.

Consultazione Toscana: non poteva mancare in una biblioteca come la Rilli-Vettori, un nucleo di materiale specificatamente toscano, riguardante cioè argomenti di storia locale. Esso è costituito da quasi 795 volumi, molti dei quali miscellanei, la quale cosa fa sì che i titoli reali si avvicinino al migliaio. La raccolta va dal secolo XVII ai primi del XX. Per il novecento e il duemila il fondo è integrato da una nuova raccolta (“Nuova Consultazione Toscana”) che è arrivata a 5035 titoli.

Materiale di consultazione generale: raccoglie enciclopedie, repertori, manuali, opere di consultazione ( XVI-XIX secolo) per un totale di 508 titoli.

Materiale a stampa del fondo rilliano e del fondo camaldolese: è il grosso della raccolta storica della biblioteca, ordinato in 2 fondi distinti: rilliano (6349 titoli) e camaldolese (6926 titoli), da cui sono stati estrapolati i manoscritti, gli incunaboli, le cinquecentine sino agli anni venti del XVI secolo, la Consultazione Toscana, le Bibbie, le opere di consultazione generale, le riviste e le pergamene, tutte collezioni, come si è visto, collocate a parte. La raccolta va dal secolo XVI al XIX ed occupa due delle quattro sale dell’intera Sezione Storica.

Sezione Moderna: ospitata, dal 1981 in un palazzo di Piazza Amerighi, dal luglio 1994 è collocata all’ interno del Castello di Poppi. Contiene, ovviamente, solo materiale del XX secolo ed è ricca di oltre 36.000 volumi, ordinati in cinque locali modernamente arredati e dotati di tutti i servizi, posti sul lato sud-est del Castello, mentre la biblioteca antica è posizionata sul lato nord-ovest.

Nel Castello Guidi di Poppi, ospitata per una parte in due ambienti e, momentaneamente, in un palazzo di proprietà comunale per l’altra, esiste anche una imponente raccolta di atti d’archivio, che nel suo complesso forma l’Archivio Storico del Comune di Poppi, anche se forse sarebbe preferibile la dizione: “Archivio Storico del Vicariato del Casentino, della Cancelleria e della Podesteria di Poppi”. Si tratta di una ingente massa di documenti archivistici, ammontante a 4892 filze. Il motivo della presenza di tale raccolta è presto detto: Poppi, per molti secoli (dalla seconda metà del XIV secolo fino all’Unità d’Italia) è stata la sede delle più importanti emanazioni, a livello locale, del potere centrale fiorentino impersonificate nelle figure del Vicario e del Cancelliere. In relazione alle funzioni di queste due magistrature si è sviluppato l’Archivio di Poppi, che ha poi assorbito le raccolte documentarie anche da altri tribunali e comunità. Guido Coggiola che sopra abbiamo citato in riferimento all’assetto dato alle raccolte librarie, in realtà provvide, negli anni anteriori alla Grande Guerra, ad assicurare un primo riordino anche di questo imponente fondo archivistico, consapevole che qui “s’accoglie la testimonianza documentaria della vita di questa regione, da quando Firenze ne assunse, con solida mano, il governo e la tutela” e che tali depositi ”costituiscono l’integrazione e il completamento delle raccolte stampate e manoscritte che or qui si veggono” (Coggiola, 1914)..

La Biblioteca della Comunità monastica di Camaldoli

All’interno della Comunità Monastica di Camaldoli nel corso dei mille anni intercorsi dalla sua fondazione (1012), si è costituito un rilevantissimo patrimonio documentario, tale che, nonostante le vicissitudini delle plurime soppressioni, può ancora oggi essere definito, dopo quello della Comunale di Poppi, come il più ingente presente in Casentino, sia per la sua parte storica che per la sua parte corrente. Questo è tanto più vero se si considera che parte delle collezioni storiche della Biblioteca Comunale di Poppi provengono proprio da Camaldoli a seguito delle soppressioni statali degli anni sessanta dell’800. Eremo e monastero hanno insieme contribuito alla formazione delle raccolte. E’ stata, anzi, proprio la “struttura binata” di eremo e cenobio a dar luogo, nei primi secoli, ad una esperienza originale cioè ad un duplice scriptorium, ma più giusto sarebbe dire ad una molteplicità di scriptoria, per lo meno per quel che attiene all’Eremo. La consuetudine dei monaci eremiti di vivere ciascuno in celle separate non permetteva infatti il costituirsi di uno Scrittorio comune, sul tipo di quello attestato a Fonte Avellana e, di conseguenza, l’eventuale presenza di un monaco scrittore trasformava la sua cella in un luogo di elaborazione di testi scritti. Tante celle, tanti scriptoria. Gli eremiti scrittori si dedicarono soprattutto alla trascrizione di testi teologico-spirituali e liturgici in conformità allo spirito contemplativo del luogo. Sono note, per il secolo XIII – il secolo d’oro dello Scriptorium Camalduli – due figure insigni per arte e santità: il beato Peregrino (morto nel 1291) e il beato Simone (morto nel 1292), il primo noto anche come miniatore e decoratore di corali. Viene dall’Eremo un frammento del XII secolo di un codice dei Moralia di san Gregorio Magno che attesta la prima rappresentazione dello Stemma Camaldolese: due pavoni che bevono allo stesso calice, simbolo in ambito cristiano della resurrezione della carne. Contemporaneamente, nel Cenobio di Fontebono, centro più vocato all’amministrazione che non alla contemplazione, si sviluppava un vero e proprio scriptorium a carattere eminentemente cancelleresco e diplomatico. Un secondo Simone (ma forse è il medesimo dell’Eremo) e poi Ranieri compilano già nel 1269 un primo Regesto di oltre 1500 documenti membranacei conservati nell’Archivio.

La strutturazione della biblioteca della Congregazione tra biblioteca dell’Eremo e biblioteca del Monastero è tuttora attiva e nel complesso il patrimonio librario odierno arriva ai 50.000 volumi (15.000 all’Eremo e 35.000 a Fontebono). Mentre i locali che ospitano il grosso delle raccolte nel cenobio non presentano pregi particolari, i due locali che accolgono invece la Biblioteca dell’Eremo meritano un cenno speciale. Edificati nel 1622, da allora ininterrottamente ospitano raccolte librarie all’interno di scaffalature lignee. I locali sono splendidamente ornati da un soffitto a cassettoni riccamente incorniciati ed ornati da 27 tele che raffigurano gli Evangelisti, gli Apostoli Pietro e Paolo, i santi padri Benedetto e Romualdo, i Padri e i Dottori della Chiesa Orientale e Occidentale e pensatori dell’ordine camaldolese. L’attuale deposito è frutto di una lenta ricomposizione e i testi provengono o da altri monasteri dell’Ordine o da lasciti. La Biblioteca originaria che, secondo anche relazioni e studi recenti, accoglieva moltissimi codici, migliaia di pergamene nonché migliaia di stampati, come è ampiamente noto, ha subito tre soppressioni consecutive: la prima, quella granducale del 1785 e poi quella napoleonica del 1810, la privarono di gran parte del patrimonio manoscritto; la terza, opera dello stato italiano nel 1866, vide lo smembramento pressoché definitivo dell’ intero deposito e la sua destinazione parte alla Biblioteca Comunale “Rilliana” di Poppi, parte alle Biblioteche Nazionale e Laurenziana di Firenze, parte alla Consortile di Arezzo. In aggiunta a tali trasferimenti, anche il deposito archivistico, ricco di più di 5000 pergamene oltre a migliaia di altri documenti, fu aggregato all’Archivio di Stato di Firenze dove tutt’ora si trova, nei fondi Conventi Soppressi e Diplomatico. La lenta ricostituzione di un fondo storico, per opera di aggregazioni di librerie di altri monasteri o lasciti, ha portato, dal 1866 ad oggi, alla formazione dell’attuale nucleo ricco di circa 15.000 volumi, che vanno dal XVII al XX secolo. Di questo nucleo antico fanno parte 20 incunaboli, 396 cinquecentine, raccolte di arti sacre (Bibbie, breviari, pontificali, messali, omiliari), 286 manoscritti di produzione camaldolese (sec. XIII-XIX) ed altri 485 provenienti dal monastero camaldolese di san Michele a Murano di Venezia (sec. XV-XVIII). Le materie prevalenti della Libreria dell’Eremo sono analoghe a quelle della Libreria del Monastero, ed anzi queste ultime ne sono in qualche modo il prolungamento moderno e ne garantiscono la continuità. Per cui abbiamo testi riguardanti: Bibbia, Teologia, Patristica, Liturgia, Monastica, Storia della Chiesa ed opere varie di consultazione generale. I fondi librari comprendono anche opere di letteratura italiana, inglese, storia, storia locale, arte, filosofia, spezieria, farmacopea. Le due biblioteche, nei residui fondi antichi, sono anche ricche di collezioni di così dette “arti profane”: filosofia, storia, grammatica, poesia, lingue diverse, spezieria, agricoltura, medicina. I testi di agronomia forestale, di medicina e di spezieria risultano legati da un lato al patrimonio forestale camaldolese e dall’altro alla presenza, all’interno del cenobio, di un hospitium e di una farmacia, con annesso laboratorio galenico. Molto consistente, infine, l’emeroteca: 540 testate, italiane e straniere, dedicate prevalentemente alle scienze religiose.

 

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