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La carta nautica di Gabriel de Vallseca

Dal numero 47 di Alumina pubblichiamo un interessante articolo di Ramon J. Pujades i Bataller con la traduzione di Lucia Mariani

Maiorca, inverno del 1838. Un fantastico portolano, realizzato nel 1439 dal grande cartografo di origine ebraica Gabriel de Vallseca, è al centro di uno sfortunato incidente a cui assistono due testimoni d’eccezione: Fryderyk Chopin e George Sand. Salvato in extremis, il prezioso cimelio cartografico è oggi il vanto del Museo Maritimo di Barcellona.

 

È da giorni che piove, soffia il vento e fa freddo, a Maiorca. I medici avevano consigliato a Fryderyk Chopin, affetto da tubercolosi, di trascorrere l’inverno del 1838 in una località dal clima mite, come l’isola delle Baleari, ma è già da un paio di settimane che il musicista e la sua amante, la scrittrice George Sand, non riescono a mettere il naso fuori di casa né a fare una passeggiata. Annoiati e stanchi di stare chiusi nella Certosa di Valldemossa, un pomeriggio i due decidono di visitare la biblioteca del Conte del Montenegro, uno dei personaggi più illustri di Palma. Li riceve un sacerdote affabile e pieno di riguardi: “La Biblioteca fu creata dallo zio del conte, il cardinale Antoni Despuig. Era un uomo appassionato di numismatica e collezionò manoscritti di grande valore come questo”, racconta indicando un rotolo di pergamena, posandolo sul tavolo e aggiungendo: “Si tratta di una carta nautica del 1439, opera di Gabriel de Vallseca e squisito capolavoro di calligrafia e di abilità topografica. Amerigo Vespucci l’acquistò per 130 ducati d’oro”. Chopin e George Sand restano ad ammirarla affascinati.

 

Nel frattempo, un domestico si accorge che la pergamena continua ad arricciarsi e colloca un calamaio pieno di inchiostro sopra una delle estremità per tenerla ferma. All’improvviso, però, la carta comincia a scricchiolare e si arrotola nuovamente su se stessa avvolgendo e trascinando con sé anche il calamaio. “Si udì un grido generale. Il sacerdote divenne più pallido della pergamena”, racconta George Sand nel suo libro Un hiver à Majorque: “Quindi srotolarono la carta molto lentamente nella vana speranza di trovarla intatta. Che disgrazia! Il calamaio era vuoto […] Tutti persero la testa. Credo che il sacerdote svenne. I domestici accorsero con secchi d’acqua come se si trattasse di un incendio e si misero a pulire la carta con grandi spugne facendo riapparire dalla poltiglia mari, isole e continenti”, scrive ancora la Sand.

Sicuramente la scrittrice calcò un poco la mano nel raccontare lo sfortunato incidente, ma vero è che i suoi effetti sono ancora visibili nella parte dove Vallseca aveva disegnato le Canarie. Né si riuscì a ripulire del tutto le Azzorre, uno dei grandi contributi cartografici del documento, essendo la prima rappresentazione dell’arcipelago di cui si abbia notizia. Per presentarlo, infatti, il cartografo aveva scritto a lato di suo pugno un’annotazione: “Aquestas illas foran trobades per Diego de Silvis, pelot del rey de Portogall, an l’ay 1427”.

 

L’EPOCA DEI PORTOLANI

I portolani sono le prime mappe realistiche disegnate in scala della storia. Cominciarono a essere elaborati durante il XIII secolo a partire da elenchi chiamati portolani che indicavano le distanze tra i porti delle varie città. La prima carta prodotta a Maiorca è datata 1339 e porta la firma di Angelino Dulceti, un genovese al quale si deve l’introduzione di modelli che più tardi furono ripresi dai cartografi dell’isola come Gabriel de Vallseca.

Per quanto riguarda le tre città produttrici di questo tipo di mappe, la lingua utilizzata per i toponimi era, nel caso delle carte di Maiorca, non il latino bensì il catalano e, per quelle genovesi e veneziane, un latino abbastanza italianizzato. Il latino continuava a essere la lingua della scienza e della cultura: nel caso delle carte nautiche però, essendo i compratori persone non erudite, ma marinai che non conoscevano abbastanza bene quella lingua, una redazione in latino risultava di non facile consultazione. Di fatto, neanche i cartografi del XV secolo, tra i quali ricordiamo lo stesso Vallseca, conoscevano bene il lessico e la grammatica latina. A differenza dei cartografi rinascimentali, quelli medievali hanno infatti ben poco dei cosmografi scientifici e molto più dei pittori artigiani. Come buoni artigiani, la maggior parte di loro, a eccezione di Gabriel de Vallseca che, per questo come per altri aspetti, rappresenta una vera rarità, apprendeva le arti del mestiere all’interno di una bottega, all’ombra di qualche maestro.

A SCUOLA DI CARTOGRAFIA

Gabriel de Vallseca nacque da una famiglia ebrea convertita residente in uno dei quartieri ebrei di Barcellona. È molto probabile che i suoi genitori si fossero convertiti al cristianesimo durante gli assalti ai ghetti della Catalogna e dell’Aragona nell’estate del 1391. Dai documenti sappiamo che Gabriel de Vallseca trascorse abbastanza tempo a Barcellona da poter conseguirne la cittadinanza, privilegio per il quale era anche necessario essere maggiorenni e possedere una casa. Da qui evinciamo che Vallseca passò la prima parte della sua vita a Barcellona, dove venne molto probabilmente educato alla calligrafia e alla pittura. Più tardi, verso la fine del 1433, i documenti lo indicano come cittadino di Maiorca e alla guida di una bottega di cartografia perfettamente organizzata, così da poter supporre un suo trasferimento nella città di Palma come minimo un paio di anni prima.

Quando Vallseca arrivò a Maiorca, due erano le botteghe in funzione nell’isola: quella di Joan de Viladesters, erede di una lunga tradizione di cartografi ebrei convertiti iniziata con Abraham Cresques (autore dell’Atlas Catalàn), e quella dei Soler, una famiglia di cartografi cristiani. Sappiamo che nel 1433 la bottega di Vallseca lavorava già a pieno regime. A differenza di ciò che faceva la maggioranza dei cartografi, che si limitava a copiare ripetutamente gli stessi modelli, Vallseca ne creò uno nuovo mettendo insieme l’eredità dei Viladesters con ciò che a Genova faceva la famiglia Beccari. Quelle dei Beccari erano delle carte nautiche di moda a quel tempo e le loro quotazioni erano salite per due buone ragioni. Nel 1339, a seguito di una visita sulla costa catalana, Francesco Beccari aveva corretto le dimensioni dell’Atlantico, oceano che, a quell’epoca, veniva rappresentato troppo piccolo, aggiungendo i toponimi catalani nella sua carta che già conteneva tutti i nomi veneziani e genovesi. In questo modo, egli fu in grado di confezionare la carta nautica più completa dell’epoca.

UN’IMPRESA DI SUCCESSO

Sull’esempio di Beccari, anche Vallseca si sforzò di arricchire le sue carte con il meglio che poteva trovare nelle diverse tradizioni cartografiche. Questo eclettismo comportò che le sue carte diventarono le preferite dei marinai che avevano porto a Maiorca. La bottega funzionava a un ritmo frenetico producendo una carta alla settimana. Per realizzare una carta, veniva in primo luogo raschiata la pergamena con una pietra grezza fino a ottenere una superficie liscia; poi si tracciava una circonferenza da dividere in 16 punti equidistanti. Da ciascun punto veniva tracciata una linea che si congiungeva con gli altri quindici. Il risultato era una ragnatela di trentadue linee corrispondenti alle trentadue direzioni del vento indicate dalla bussola. Durante la seconda metà del XIV secolo non si usava ripassare il cerchio con l’inchiostro cosicché esso non risulta visibile.

Era abitudine tracciare le trentadue direzioni della rosa dei venti direttamente con la penna: gli otto venti principali in colore nero, gli otto intermedi in colore verde e i sedici quarti di venti in colore rosso. Riportata la rete dei venti, si passava a realizzare il tracciato della mappa a partire da un modello di riferimento. Per fare il tracciato si usava probabilmente una carta unta di olio o una seta molto sottile e semitrasparente. Quindi si punzecchiava la carta con degli aghi lasciando così una traccia che veniva ripassata a mano con la penna. Infine, con attenzione e bella calligrafia, si copiavano i toponimi. Sicuramente, in caso di carte normali, la mano di Vallseca interveniva solo alla fine, cioè quando egli le supervisionava e le firmava, accompagnandole con degli elenchi da consegnare al cliente.

In quanto al prezzo, una di queste carte di tipo standard, senza troppi fronzoli, costava due lire di Maiorca e mezzo. Una lira equivaleva a 20 soldi, l’unità monetaria con cui si pagavano, per esempio, i salari. Un capitano di marina mercantile poteva guadagnare tra gli 80 e i 100 soldi; pertanto, una carta standard gli era relativamente conveniente. Al contrario, difficilmente egli si poteva permettere una carta decorata, come quella del 1439, il cui prezzo si aggirava intorno ai 400 o 600 soldi (tra le 20 e le 30 lire).

QUESTIONI TECNICHE

Non conosciamo chi commissionò la carta di Vallseca. È possibile che fosse destinata a un ricco mercante desideroso di ostentare la sua agiatezza o che fosse ordinata da un nobile interessato a farne dono a qualche membro della corte o allo stesso re, allo scopo di ottenere dei favori di carattere commerciale. È probabile che, in occasione di questi incarichi speciali, Vallseca decidesse di regalare al cliente due strumenti a complemento della carta: una bussola con la rosa dei venti disegnata sullo sfondo e un com

passo a punta che a quei tempi veniva chiamato sesta ed era uno strumento indispensabile per misurare le distanze. Con il compasso si misurava la distanza tra due punti geografici all’interno della carte e successivamente esso serviva per trasferire tale misura sulla scala grafica che le carte portavano indicata lungo il perimetro. Ciascun frammento della scala equivaleva a cinquanta miglia ed era diviso in cinque punti, vale a dire che ciascun punto rappresentava dieci miglia di distanza.

La maggior parte delle decorazioni seguivano il modello introdotto da Angelino Dulceti durante la prima metà del XIV secolo, cento anni prima di Vallseca. Dulceti era un genovese il quale, durante il periodo passato a Maiorca, realizzò per il re le miniature, con le relative legende o annotazioni che recavano informazioni sul territorio, eseguendo alla fine le ornamentazioni che diventarono il modello di riferimento per le carte portolane decorate.

Per realizzare un’ornamentazione come quella della carta di Vallseca del 1439, è evidente che era necessario avere mano ferma ed essere abili con i pennelli. La sovrapposizione tra la rete dei venti e il contorno delle miniatura indica chiaramente che le miniature e gli altri disegni furono realizzati tutti all’interno della stessa bottega. Pertanto, alla luce di questa considerazione, Vallseca dimostra di essere stato sia un eccellente miniatore gotico che un bravo calligrafo. Egli si distinse anche come abile commerciante, in quanto aveva molte proprietà e muoveva ingenti quantità di denaro con la compravendita di prodotti molto diversi, dai tessuti agli schiavi.

L’ultimo documento da lui firmato di cui disponiamo è datato 1471. In un’altra testimonianza, scritta sette anni più tardi, si specifica che la direzione della bottega di Vallseca era stata assunta da suo figlio Joan, e pertanto Gabriel de Vallseca deve essere morto in una data imprecisata entro questo intervallo di tempo. Delle duemila carte che si stima furono prodotte dalla sua bottega, tre sono quelle firmate e altre due risultano direttamente ascrivibili a lui. Di queste cinque, la più bella, e anche la più antica, è proprio quella del 1439.

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